Caro Michele, lotteremo anche per te

Caro Michele,

non ti giudico, non ti giustifico, purtroppo dinanzi al tuo gesto non posso che provare contemporaneamente rabbia e dolore.

Nella tua lettera mi sono ritrovato. Così come mi sono ritrovato prima nei panni di chi il precariato lo subisce e dopo nei panni di chi le leggi sul/contro il precariato le esamina in Parlamento.

precariato

Fino a quattro anni fa ti avrei detto queste parole:

Siamo quasi coetanei, ho solo due anni più di te, conosco in prima persona i drammi della nostra generazione. Ci siamo ritrovati nel bel mezzo di un gorgo silenzioso, che anno dopo anno, pezzo dopo pezzo, ci ha portato via le nostre speranze, le nostre ambizioni, i nostri diritti.

Abbiamo subito qualsiasi riforma del lavoro, mai migliorativa, sempre a peggiorare, che ogni giorno ci rosicchiava qualcosa che ogni generazione, ad eccezione della nostra, ha avuto: la speranza.

All’età di vent’anni ho dovuto cavarmela da solo, ho lasciato la mia casa, i miei parenti, i miei amici e me ne sono andato in cerca di un futuro all’altezza delle mie aspettative. Come te ho fatto tanti colloqui ed ogni volta mi ripetevo la stessa frase “Speriamo sia l’ultimo”, come te mi sono visto chiudere tante volte le porte in faccia ed ogni volta mi ripetevo la stessa frase “Speriamo sia l’ultima”, come te via via quella speranza di un posto stabile, di un contratto non al ribasso si affievoliva sempre di più.

Dopo tanti tentativi, dopo anni di precariato, di rinnovi e mancati rinnovi, con contratti anche di tre giorni, alla fine posso ritenermi fortunato perché un lavoro fisso che mi piaceva l’avevo trovato, ma per arrivare a quel momento ho perso molte energie e voglia di continuare a cercare.

Troppo spesso sento dire che i giovani sono schizzinosi o mammoni. Beh vaffanculo. Questa classe politica ci ha tolto tutto ed ha anche il coraggio di deriderci.

Questo mondo ci appartiene ma lo avete mantenuto a misura vostra.

Non c’è spazio per la meritocrazia, non c’è spazio per chi non accetta questo modello di società sempre più piegato, non c’è posto per chi desidera la stabilità di un lavoro, una famiglia, una casa; tutte cose normali. Oggi i ragazzi restano a casa con i genitori perché non possono permettersi un monolocale in affitto, figuriamoci un mutuo per acquistarla una casa. Oggi i ragazzi se va bene fanno il primo, e spesso unico, figlio verso i quarant’anni perché prima gli viene impedita la possibilità di mettere al mondo un figlio dove tutto è precario.

Avete reso precario anche l’ovvio.

Da bambino dicevo “Da grande voglio fare il …”, ma da grande dicevo “Non sarà quello che volevo, ma almeno è un lavoro”. Il mondo che ci hanno lasciato era un mondo nel quale o ti adattavi o era difficile andare avanti. Tu, caro Michele, eri un anticonformista, non potevi adattarti. Non si può chiedere ad un ragazzo con delle ambizioni di adattarsi così come non si può chiedere ad un gabbiano di smettere di volare. Non si può chiedere ad un ragazzo di smettere di inseguire i propri sogni.

Questo ti avrei detto, avrei dato sfogo alla mia rabbia, alla rabbia della mia generazione.

Però adesso non posso lasciarmi trasportare dalla rabbia, ho un ruolo con delle grosse responsabilità, sono un deputato. Proprio come deputato ho lottato molto in questi quattro anni contro le politiche scellerate che indebolivano sempre di più il mondo del lavoro, che toglievano tutele e diritti, che scaricavano sull’ultima ruota del carro (i lavoratori) il peso degli errori del passato e presente.

Oggi Michele avrei voluto dirti che non sei solo. È tardi per dirtelo, lo so. Allora lo dirò a tutti coloro che nel nostro Paese sono in questa situazione.

La vita di un ragazzo di trent’anni non può finire così, a quest’età nulla è perso, non è ancora tardi per riscattarsi. Non ne valeva la pena Michele, non per questo.

Noi dobbiamo lottare, dentro e fuori le istituzioni, nelle scuole, tra la società, nei luoghi di lavoro, sempre, ovunque. Perché quando smetteremo di farlo avremo perso due volte: per noi e per i nostri figli.

Devo chiederti scusa. Scusa perché se sei arrivato ad un gesto così estremo allora la colpa è di tutti ed è nostro compito rimuovere gli ostacoli che tolgono la speranza a intere generazioni

In cuor mio, però, caro Michele, leggere di un ragazzo di trent’anni, nel fiore dei suoni anni, che si è tolto la vita per un problema talmente diffuso che sembra quasi la prassi, per il quale quasi non ci si indigna più, fa molto male. Fa male perché ci riporti con i piedi per terra, i giovani oggi si sentono abbandonati dallo Stato, come se fossero invisibili. La disoccupazione giovanile al 40% non è invisibile, la percentuale dei neet non è invisibile, la misera pensione che spetterà alla generazione anni ’80 non è invisibile, lo sfruttamento con i voucher non è invisibile, il senso di umiliazione per il fatto di sentirsi addirittura fortunati ad avere un lavoro non è invisibile. Invece questi problemi sono reali. La situazione del lavoro giovanile è come il cancro e con il cancro non si convive, si fa di tutto per eliminarlo. Ma non è questa la soluzione. Come uomo delle istituzioni vorrei dire a tutti i giovani che si trovano nella medesima situazione che c’è sempre una soluzione, che non siete soli, che ci sono persone che si battono tutti i giorni per i vostri diritti e per ridare dignità al mondo del lavoro.

Uniti si vince, ma nessuno deve lasciarsi andare.

Michele, continueremo a lottare anche per te.

Questa è la lettera che avrei voluto scriverti.

Sono vicino ai tuoi genitori.

Un abbraccio

Marco Baldassarre

La lettera di Michele ai suoi genitori prima del suicidio.

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