“È giusto o no pubblicare foto di bambini morti durante le traversate verso l’Europa?”. Il dibattito si è spostato dal chiedersi perché è successo al chiedersi perché vengono pubblicate quelle foto.

Non ci si chiede più perché un genitore è costretto a mettere il proprio figlio su un barcone sperando che riesca ad arrivare a destinazione e sperando che a destinazione ci arrivi vivo. Non ci si chiede più da cosa scappano. Non ci si chiede più perché 71 esseri umani si fanno chiudere nel cassone di un camion per oltrepassare un confine. Non ci si chiede più cosa avremmo fatto noi, con le nostre mogli, con i nostri figli, con i nostri genitori, al loro posto; restare in un Paese sotto dittatura, sotto assedio, senza risorse, senza futuro, senza vita o provare scappare il più lontano possibile, coscienti del rischio che se non si muore uccisi dal regime, si rischia di morire affogati o assiderati o straziati dal caldo nei campi a raccogliere i pomodori.

Personalmente credo sia doveroso guardare, testimoniare e far vedere cosa accade nel mondo. Non è sciacallaggio, troppo facile nascondere la paura di ammettere che stiamo diventando sempre più intolleranti. In Italia, nella civiltà del 2015, ci sono ancora persone che esultano quando un barcone affonda o quando un “disperato” muore. Disperato. È la parola giusta. Se investi tutto ciò che hai per pagarti la traversata, se inizi un viaggio lungo a volte alcuni mesi, se sali su un barcone senza la certezza di arrivare dall’altro lato, sopratutto se a qualche miglio dalla costa lo scafista ti minaccia con un’arma e ti obbliga a scendere e proseguire a nuoto, sei disperato. La disperazione, l’istinto di sopravvivenza, la responsabilità verso un figlio, ti spingono a fare qualsiasi cosa. E allora se c’è ancora qualcuno convinto che queste persone vengono in Europa solo a delinquere o a rubarci il lavoro, o semplicemente non volete ammettere che nelle loro condizioni fareste la stessa identica cosa, abbiate il coraggio di guardare questa foto.

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Ho visto questa foto oggi, mentre ero a tavola, mentre pranzavo. Mi si è gelato il sangue. Ho anch’io una bambina piccola e vederla correre nel parco insieme ad altri bambini è una delle tante cose che il padre del piccolo Aylan Kurdi non potrà fare mai più. Non è giusto. Quella foto non dovrebbe mai essere stata scattata, su quella spiaggia non ci dovrebbe essere un corpicino esanime ma un bambino che gioca a fare castelli di sabbia. E invece c’è e non possiamo fare finta che non sia così.

Non è sciacallaggio mediatico. È ammettere che abbiamo avuto la fortuna di essere nati dal lato più fortunato del Mediterraneo.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale le forze alleate obbligarono gli abitanti di Dachau ad entrare nei campi di concentramento per osservare cosa accadeva sotto ai loro occhi grazie ad un pazzo che sfruttava la paura verso il diverso per eliminare il diverso.

Una volta tanto, non abbiate paura di utilizzare i social per testimoniare l’orrore dell’uomo verso i propri simili.

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